giuditta pellegrini fotografa


A Sarajevo, oltre al giro turistico classico fra il particolare melange di stile austroungarico con quello ottomano, si può scegliere di intraprendere un tour di diverso interesse: quello che ripercorre la recente tragedia della guerra.

Quando venni la prima volta, nel 1998, la guerra era appena finita e le ferite erano ancora troppo recenti per poterle toccare. Il trattato di Dayton aveva solo tre anni prima sancito i confini dei nuovi stati indipendenti, segnando, praticamente e simbolicamente, la divisione imposta da una guerra illogica e fratricida. La gente usciva da inenarrabili orrori, ogni famiglia aveva almeno un morto da ricordare e lo spettro degli stupri perpetrati come arma fra vicini di casa. Tutti erano in un limbo in cui volevano solo dimenticare, voltare pagina e ritrovare tra le macerie il tessuto della normalità, che i più giovani rintracciavano andando a ballare ai rave party come tutti i ragazzi europei degli anni 90.

Ciò che mi colpì delle persone che incontrai all’epoca (oltre all’indifferenza con cui passavano davanti alle macerie, ma a quello poi mi sono abituata anche io, con mio grande stupore) fu la disponibilità alla condivisione di qualsiasi cosa, anche da parte di chi non possedeva più nulla.

Mirza lo conobbi in quel viaggio, un viaggio che mi cambiò la vita, per la sua crudezza e la sua dolcezza, facendomi irrimediabilmente innamorare di Sarajevo. Dopo dodici anni mi accorgo che molte cose sono cambiate. Una di queste è proprio la predisposizione d’animo della gente.

Mirza mi dice che oltre a fare il cuoco arrotonda facendo la guida turistica. Mi spiega che si può scegliere fra il classico giro in centro tra le antiche moschee e gli edifici ottomani, quello olimpico presso gli impianti costruiti per accogliere le Olimpiadi invernali del 1984 e il war tour, il percorso più esotico e che naturalmente riscuote maggiore successo, essendo l’espressione più diretta del prodotto veramente tipico che questa città può offrire: la guerra. Io rimango stupita e gli chiedo se non si senta male a ripercorrere i luoghi dei massacri, dato che ricordo i suoi racconti di quando, stremato dalla perdita dei familiari, decise di andare in montagna a combattere (cosa dovevo fare? Non avevo più una casa, dovevo restare a guardare e aspettare che mi uccidessero tutta la famiglia?). Ma Mirza risponde con fare pratico e determinato che ‘business is business’, frase di per sé già opinabile ma che qui si riveste di un significato ulteriormente scabro, che muove dall’abitudine acquisita durante il conflitto ad affrontare la realtà con il crudo cinismo che rese famoso il black humor bosniaco. Mirza è cambiato, è diventato musulmano praticante. Una volta lo era come molta gente in Italia si dice cattolica: più per tradizione che per convinzione. Ma qua le cose sono precipitate e nel delirio della pulizia etnica ci si è dovuti rifugiare in una cella di appartenenza, e se sei bosniaco la tua riappropriazione di identità comincia col fluire nell’orientamento religioso con cui la tua nazione è stata connotata e a cui ti sei dovuto aggrappare per trovare una valida scusa per cui uccidere i tuoi connazionali.

Ci sarebbe da ragionare un po’ meglio su chi ha beneficiato realmente di questa guerra, ma Mirza nel suo piccolo, e come lui tanti altri, cerca di emanciparsi dal suo stato di vittima, anche sfruttando il materiale che ha reso queste persone famose: famose per strage.

Decidiamo di fare questa gita, un po’ per la morbosità che ci contraddistingue, un po’ per dare una mano al mio amico bosniaco ed il mattino seguente incontriamo la nostra guida in centro, nei pressi della cattedrale, ma avendo noi scelto l’opzione tre, cioè il war tour, non ci soffermiamo sulla sua struttura gotica-neoromantica, seppur intaccata dai buchi delle pallottole, e proseguiamo invece lungo il corso principale, Ferhadija,  disseminato dalle buche delle granate, ricoperte da cemento rosso che ne fa risaltare la forma irregolare e rotondeggiante, con i segni delle scaglie disseminati tutto intorno e su cui passano veloci i piedi della gente impegnata a ripercorrere il flusso del quotidiano. Mirza ci spiega che le granate hanno una deflagrazione che può uccidere fino a15 metri dal punto in cui cadono, a causa delle schegge che da esse si propagano. Poi, immettendo più particolari possibili nel desiderio di far bene il suo mestiere di guida, aggiunge che di norma venivano lanciate due granate di seguito sullo stesso punto, a distanza di venti minuti circa: è una strategia di guerra, che serve per scoraggiare l’intervento di chi avesse voluto tentare di portare soccorso ai corpi dilaniati. Una lapide apposta al muro adiacente riporta i nomi di alcune vittime, e noi la osserviamo silenziosi, increduli che tutto ciò sia potuto accadere in questo ventennio e nella nostra Europa.

Proseguiamo a piedi verso Markale, il mercato famoso perché fu teatro di due stragi da bombardamento che falciarono numerose vite: tutti civili che si recavano a prendere l’acqua nel disumano sforzo di sopravvivere durante quello che fu l’assedio più lungo della storia moderna. Ora il mercato ha ripreso in pieno l’attività, è un luogo allegro e vitale come tutti i mercati del mondo, con i colori vivaci dei banchi di frutta, fiori, olive, con le donne che vendono henné, ma la parete di fondo, dipinta di rosso in ricordo delle stragi, rimanda ad una realtà che sottende, nonostante i tentativi di spingerla indietro.

Tra i luoghi simbolici della guerra consumatisi nel centro storico di Sarajevo, non ci resta che visitare la Biblioteca Nazionale, inaccessibile perché i lavori di ristrutturazione non sono ancora iniziati. Una lapide ricorda che la biblioteca fu data alle fiamme dall’esercito serbo nel 1992. I preziosi libri irrimediabilmente sottratti alla storia, più di ogni altra cosa furono il simbolo di una città in cui convivevano da secoli diverse culture, piegata alla violenza di una guerra che ha diviso e creato uno iato di odio tanto profondo da chiedersi come e se sarai mai rimarginato.

Sempre più muti e atterriti, costeggiamo il fiume Miljacka, che taglia la città in due, recuperiamo le macchine e usciamo dalla città.

Attraversiamo la periferia, dove la traccia implacabile della guerra è ancora più visibile, con interi quartieri dai palazzi crivellati, bruciati, spogliati del loro intonaco. Ricordo che nel 98 la città era tutta così, ma ripensandoci non è che il panorama sia poi cambiato tanto. Ci soffermiamo al bar Tito, dall’aspetto giovanile come un qualsiasi bar europeo del momento, ma con fucili alle pareti e gadget del Presidente. Sopra al bancone una scritta enorme: tutti uniti contro il fascismo. Ma questa è una piccola parentesi, un assaggio di tutto un altro tour.

Risaliamo il dorso della collina, lungo la strada ci sono ancora i cartelli che mettono in guardia contro le mine antiuomo. Anche questo è un suggestivo dettaglio del war tour. Tutte le case che incontriamo sono totalmente distrutte da sparatorie e bombardamenti, nessuna ha il tetto, in alcune sono cresciute delle piante che spuntano dai muri crivellati. Superiamo quella che una volta doveva essere stata una villa, ma dalle cui falle si intravede la città in lontananza. Ciò che resta della parete affacciata sulla strada sfoggia quello che sembra essere un appello ironico: si vende.

Sarajevo è ai nostri piedi e splende di una foschia argentea. Da qui i cecchini sparavano, distinguendo nitidamente, grazie ai loro mirini, se il bersaglio era uomo donna o bambino. ‘Da qui avevano la città assediata nel palmo della mano’, spiega Mirza. In questo punto la guerra si fa più tangibile: nella solitudine della montagna, senza il calore cittadino delle persone che ti scorrono accanto, tutto sembra più freddo, più vero. È un momento toccante, lo sentiamo, anche Mirza è più serio, lui che questi orrori li ha vissuti, anche se ora cerca di esorcizzarli soffocandoli nella praticità della sopravvivenza quotidiana.

Eppure anche l’assedio doveva avere una via di fuga, un modo per far circolare cibo e persone, per sopravvivere. Ad Ilidza arriviamo al tramonto. Una casa vicino all’aeroporto porta un cartello che indica con orgoglio l’inizio del Tunnel, una galleria lunga800 mche collegava la città con le vicinanze non assediate permettendo il passaggio di migliaia di persone e tonnellate di cibo ogni giorno. Il tunnel, costruito dai civili, salvò numerose vite ed è per questo che era anche chiamato Il tunnel della speranza. Tutto qui rimanda alla volontà di ricostruire dopo la catastrofe, di abbellire il tragico, ma inevitabilmente si carica anche di significati più profondi: le piante di fiori che coprono i muri crivellati, i prati ben curati dei giardini, un murale che rievoca l’Adamo di Michelangelo che sfiora la mano a Dio.

Il tour finisce qui, come a voler lasciare una sensazione di speranza.

Mirza ci lascia in centro, ci congediamo. E’ contento, sa che la sua guida è stata esaustiva, lo dimostrano i nostri occhi sempre più grandi. E’ contento come uno che sa di aver fatto bene il suo mestiere. E poi ora ha una bambina piccola, e con quei soldi extra cercherà di darle una vita spensierata.

 

 

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